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“Ho lasciato le mie scarpe Rosso Amore e un mazzo di fiori in riva al mare, per non dimenticare.”

Per tutte le violenze consumate su di lei
per tutte le umiliazioni che ha subito
per il suo corpo che avete sfruttato
per la sua intelligenza che avete calpestato
per l’ignoranza in cui l’avete lasciata
per la libertà che le avete negato
per la bocca che le avete tappato
per le ali che le avete tagliato
per tutto questo
in piedi, Signori, davanti a una Donna.
E non bastasse questo
inchinatevi ogni volta
che vi guarda l’anima
perché Lei la sa vedere
perché Lei sa farla cantare.
In piedi, Signori,
ogni volta che vi accarezza una mano
ogni volta che vi asciuga le lacrime
come foste i suoi figli
e quando vi aspetta
anche se Lei vorrebbe correre.
In piedi, sempre in piedi, miei Signori
quando entra nella stanza
e suona l’amore
e quando vi nasconde il dolore
e la solitudine
e il bisogno terribile di essere amata.
Non provate ad allungare la vostra mano
per aiutarla
quando Lei crolla
sotto il peso del mondo.
Non ha bisogno
della vostra compassione.
Ha bisogno che voi
vi sediate in terra vicino a Lei
e che aspettiate
che il cuore calmi il battito,
che la paura scompaia,
che tutto il mondo riprenda a girare
tranquillo
e sarà sempre Lei ad alzarsi per prima
e a darvi la mano per tirarvi sù
in modo da avvicinarvi al cielo
in quel cielo alto dove la sua anima vive
e da dove, Signori,
non la strapperete mai.
– William Shakespere-

Parole Sacre queste di William Shakespere, parole che dovrebbero essere lette ogni giorno, ad una Donna.
Non è mai stato facile essere Donna, non lo è ancora oggi, che siamo nel 2020 e certi “Tabù” dovrebbero essere superati ormai. Quanti casi di Violenza sulle Donne ogni giorno, tanti, troppi. Laddove esiste l’ignoranza specialmente.
Corpo Violato, Anima in Frantumi

Rifiutata prima di nascere in Cina.
Sterilizzata a forza in Perù.
Infibulata in Somalia.
Picchiata in Sudafrica.
Venduta in India.
Umiliata in tanti paesi del mondo.
Una storia vecchia come il mondo, quella della violenza sulle donne. L’elenco degli abusi è infinito. Nel passato ma anche oggi.
Poco cambia se si chiamano percosse, diritti negati, stupri, matrimoni forzati, delitti d’onore, rapimenti o discriminazioni. Molte donne di continenti e paesi lontani, di religione e condizioni sociali diverse, ricche o povere, istruite o analfabete, sia che vivano in guerra o in tempo di pace, sono legate dal filo comune della violenza subita, di un’ anima ridotta in frantumi.

Picchiate, violentate, sfruttate, uccise – spesso tra le pareti domestiche – la violenza sulle donne conta un numero di vittime enorme: ogni anno uccide più delle malattie. Più del cancro. Più degli incidenti stradali. Più della guerra. Il baratro della violenza femminile è davvero profondo: una voragine senza fine. Spesso tacitamente approvato.

Nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne lanciamo un grido ancora più forte… affinché tutto questo dolore possa avere una fine…

Simona Oberhammer – La Via Femminile

CORPO VIOLATO, ANIMA IN FRANTUMI

https://www.viafemminile.it/frasi-di-simona-oberhammer/corpo-violato-anima-in-frantumi?fbclid=IwAR2w1VDPZgeteIQEWyqHUeaOKzEZswuaINLk2cd9XGutF-_O_bQLwQZchUI 

Simona Oberhammer aiuta le anime delle Donne, da sempre, molte si affidano a lei e ai suoi consigli su come curare l’anima ferita di una Donna, specialmente dopo un’abuso di violenza sessuale.

Son tantissimi i modi su come si Violenta e si Abusa di una Donna. Dall’abusarne del corpo, alla violenza psicologica. Di un maschio debole e fragile nell’Essere. Sempre superiore nella Forza fisica, ma difficilmente nella Forza Spirituale. Una Donna in se è superiore nell’Essere. La sua Essenza di Vita, la sua Forza stà nell’anima nel donare la Vita. Eppure l’Uomo non ha ancora superato questa differenza questa fragilità. L’Equilibrio nel capire che è fondamentale l’Esistenza di entrambi i sessi per poter donare la Vita. Dovrebbe essere Amore sempre, invece diventa Odio profondo, per la diversità dei sessi. Tanto da trasformare l’Uomo in Bestia Feroce, in grado di massacrare una Donna in tanti modi. Orribili. I dati sono allarmanti. In India, ragazze giovani che mettono a “servizio” l’utero per la fecondazione assistita. Costrette distese a letto 9 mesi per non rischiare di traumatizzare la creatura che hanno in grembo. Ma che ne è delle emozioni che in 9 mesi una madre trasmette al figlio? Tutto ciò che prova una gestante, è il Futuro del bambino che nascerà. Tutto ciò che sente, trasmette. Un bimbo che poi sarà venduto, a dei genitori che spariranno definitivamente dalla vita della donna che l’ha concepito, cresciuto in grembo e dato alla luce. Alt… nel caso in cui il bambino non nasca sano, resterà alla madre, che se ne dovrà prendere cura, senza l’aiuto di nessuno, nemmeno delle meretrici che l’hanno “Custodita” se così si può dire, per 9 mesi . Donne oggetto, donne vendute, donne usate, donne maltrattate, donne abbandonate, donne uccise, prima nell’anima , poi nel corpo. Tutto documentato purtroppo, e il Mondo rimane cieco di fronte a tutto questo.

Uteri in affitto, in India è un business. “Donne sfruttate e non informate su rischi”
PASSATE PAROLA
Nel subcontinente, “volontarie” reclutate nelle aree più povere “producono” più di 1.500 bambini l’anno con ovuli impiantati. La maggior parte della domanda viene dall’estero, attratta dai costi bassi. Ma le ragazze che si prestano non hanno alcuna tutela medica

di China Files per il Fatto | 26 gennaio 2013
Con poche migliaia di dollari il problema dell’infertilità diventa solo un brutto ricordo. Succede ogni giorno in India, il nuovo centro mondiale della maternità in surrogato, meglio nota come “utero in affitto”. La pratica, illegale in Italia, consiste nell’impiantare nell’utero di una “madre portante”, dopo un processo di concepimento in vitro, il seme e gli ovuli dei futuri genitori genetici. La gestazione verrà quindi portata avanti dalla “madre portante” che, al momento del parto, darà alla luce un bambino col patrimonio genetico dei due genitori naturali.

Negli ultimi anni, facendo concorrenza alle cliniche statunitensi e britanniche, i prezzi bassi delle cliniche indiane hanno alimentato nel Paese un’industria della medicina dell’infertilità da 2,3 miliardi di dollari l’anno. Il boom iniziò nel 2006, quando il celebre talk show americano condotto da Oprah Winfrey, mandò in onda l’intervista entusiastica di Jennifer e Kendall, una coppia del New Jersey che si era rivolta alla Akanksha infertility clinic del distretto di Anand, India, per il concepimento del proprio figlio tramite una madre in affitto.

Il prezzo dell’intera operazione, tra i 25mila e i 30mila dollari, è inferiore al costo dello stesso trattamento in Usa, che può arrivare fino a 50mila dollari. Lo spot mondiale fece diventare il distretto di Anand, nello Stato del Gujarat, uno dei centri di maggiore concentrazione di cliniche per l’infertilità nel Paese, al fianco delle metropoli Delhi e Mumbai. “Ogni mese riceviamo tra le 15 e le 20 richieste, provenienti da tutto il mondo – ha spiegato a La Nacion la dottoressa Nawana della Akanksha infertility clinic – l’80 per cento dall’estero, specialmente da Stati Uniti, Gran Bretagna e da indiani residenti all’estero”.

Le volontarie, che secondo la dottoressa entrano in contatto con la clinica tramite il passaparola, prendono tra gli 8mila e i 9miladollari a gestazione. Una cifra che, paragonata ai salari di lavoratori non specializzati, corrisponde a quasi dieci anni di lavoro. Secondo stime non ufficiali oggi in India si contano oltre un migliaio di cliniche per l’infertilità che, annualmente, ospitano migliaia di coppie da tutto il mondo. “Secondo le fonti del governo, ogni anno nascono da madri in affitto indiane più di 1500 bambini” spiega a ilfattoquotidiano.it Valay Singh Rai, portavoce di Save the children India.

Ma la popolarità degli istituti indiani nel mondo sta preoccupando associazioni per i diritti delle donne in India. “L’industria è in continua crescita, ma non ci sono dati affidabili e ancora non è in vigore un sistema di monitoraggio delle cliniche” afferma la dottoressa Manasi Mishra, capo della divisione ricerca del Center for Social Research (Csr), istituto per i diritti delle donne in India. La dottoressa Mishra denuncia la poca trasparenza di decine di cliniche nel Paese, accusate di “non fornire alle volontarie ‘madri in affitto’ le informazioni necessarie per poter sceglierecon cognizione di causa”. Senza contare il business parallelo dei contractor locali.

Le volontarie solitamente sono ingaggiate da veri e propri scout, pagati dalle cliniche “illegali”, attivi nelle zone più povere del Paese e nei bassifondi delle megalopoli indiane per reclutare giovani donne spesso analfabete, attratte dalla cifra del compenso offerto: tra i 3500 e i 5000 dollari. In India cifre altissime, ma che spesso finiscono in mani irresponsabili, buttate in un business fallimentare o scialacquate in spese sconsiderate dei mariti, costringendo quindi le mogli a sottoporsi ad un nuovo concepimento per conto terzi.

Le donne firmano contratti tra le parti che non prevedono nessun supporto medico o economico in caso di malori post parto. In alcuni casi vengono sottoposte a trattamenti ormonali pericolosi per la salute, con l’obiettivo di aumentare la percentuale di successo del concepimento. Lo scorso aprile la morte di Premila Vaghela, 30 anni, mise a nudo le debolezze dei sistemi di controllo. Vaghela era una madre in affitto volontaria presso una clinica di Ahmedabad. All’ottavo mese morì per complicazioni cliniche, ma il neonato che portava in grembo, figlio di una coppia americana, fu salvato con un parto cesareo.

La questione è tutta legale. In India, nonostante le linee guida per il monitoraggio e regolamentazione dell’industria medica dell’infertilità avanzate dall’Indian council for medical research (Icmr) nel 2005, la proposta di legge per la surrogazione di maternità è ancora al vaglio del parlamento di Delhi. Secondo la proposta tutte le cliniche devono provvedere a stipulare un’assicurazione sulla vita per ogni “madre in affitto”. “In mancanza di una vera e propria legge – spiega ancora la dottoressa Mishra del Csr – alcune cliniche continuano a operare in un regime che sarebbe corretto definire come ‘non legale’”.

Per contro, la dottoressa Nawana della Akanksha infertility clinic ha detto a La Nacion di non essere a conoscenza di fatti del genere, specificando che la clinica del distretto di Anand lavora “seguendo tutte le procedure indicate nelle linee guida dell’Icmr”.

di Matteo Miavaldi

Uteri in affitto, in India è un business. “Donne sfruttate e non informate su rischi”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/26/utero-in-affitto-in-india-e-boom-clienti-anche-dallestero-ma-madri-no-hanno-tutele/454192/?fbclid=IwAR0MGg8OlUanjij7J7CZxEK5R8j3MdomKDhlEAmnoiDAwdm5AckdQ3E8YoM 

Maternità Surrogata

( Video Maternità Surrogata )

Steadfast Onlus
Pubblicato il 13 gen 2016

35 milioni e 800 mila schiavi nel mondo. La schiavitù non appartiene solo alla storia. Dall’antica Roma all’Africa, fino all’Asia la schiavitù persiste oggi con un nuovo volto. Donne e bambini ne sono i protagonisti. Dalla prostituzione, al traffico di organi, dall’immigrazione clandestina, allo sfruttamento sul lavoro… Il progresso avanza ogni giorno e con lui anche la criminalità diventa sempre più organizzata. Una nuova forma di sfruttamento sta sempre più emergendo, si chiama: “Maternità Surrogata” o “Utero in affitto”, un business colossale!!! Un business che agisce mascherato e venduto alla popolazione come atto d’amore. In realtà è un mero atto commerciale che prevede la vendita di bambini e lo sfruttamento di donne, spesso in stato di indigenza, per realizzare il capriccio egoistico di alcuni soggetti e lo sviluppo di un nuovo business… quello degli “allevamenti di esseri umani”. Donne sfruttate facendo leva sulla povertà, sulla assenza di cultura. Bambini venduti, strappati dal seno materno nei primi istanti di vita! Un business molto più semplice da sviluppare per gli sfruttatori, un business più redditizio… Quindi organizzazioni, reclutano donne con l’inganno, gestiscono la loro vita per 9 mesi, le privano di ogni forma di libertà. Si perché il contratto di maternità surrogata prevede proprio questo! Ignare di cosa le aspetta, vivono questa condizione per ottenere quel minimo di sopravvivenza economica. Private di dignità, della loro maternità, da esseri umani vengono mutate in contenitori, in oggetto. Partoriranno un figlio che qualora non rispettasse le attese, non verrà mai alla luce perché la coppia richiedente potrà richiedere la soppressione del feto senza che la madre possa opporsi. Se la gravidanza avrà complicazioni e sfocerà in un aborto spontaneo… nessun problema, si ricomincerà da capo tutta la pratica. Donne tramutate in una foto e una riga di curriculum di un listino di vendita. Listino soggetto a scoutistiche e offerte last minute! La schiavitù esiste! Nonostante che il nostro codice penale la classifica come DELITTO, negli articoli 600 e 601, viene praticata e in una sua forma, quella della Maternità Surrogata, vuole essere legalizzata da alcuni soggetti! *nel video riproponiamo il documentario “Google Baby” realizzato nel 2009 dalla regista israeliana Zippi Brand Frank
( Da You Tube )
Infibulazione: cucite da bambine

Una mutilazione che lascia cicatrici indelebili, nel corpo e nell’anima delle donne

In Africa dicono: «Come una colomba… ». È la vulva delle donne infibulate. Cucita, liscia e piatta. Con due piccoli buchi: uno per l’urina e uno per il sangue mestruale. Più i buchi sono piccoli, maggiore è la purezza della donna.
Il termine “infibulazione” deriva dal latino fibula, la spilla usata per tenere fermo il mantello. Ad essere tenuti fermi non sono però due lembi di tessuto. La spilla si aggancia da carne a carne: è la cucitura dei genitali, più precisamente della vulva, praticata sulle donne, da bambine.
L’infibulazione è una mutilazione genitale praticata in 40 paesi del mondo. E non riguarda solo poche donne che vivono in sperduti villaggi. No, oggi, nel XXI secolo, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) riporta che sono più di cento milioni di donne a subirla. Anche quelle che abitano nelle grandi metropoli. E, anziché diminuire, ogni anno si registrano due milioni di casi in più.
Un battesimo del dolore che causa nella donna devastazioni che porterà con sé per tutta la vita.

Urla di bambine: tagliate e cucite

Con l’infibulazione la vagina della bambina viene chiusa a metà circa delle grandi labbra, lasciando solo un foro per l’urina e uno per il flusso mestruale. Al momento del matrimonio la cicatrice sarà tagliata, per permettere il rapporto sessuale e il parto. Dopo ogni parto, una nuova infibulazione: i monconi delle grandi labbra vengono ricuciti. A seconda delle tradizioni, può essere asportata anche la clitoride, le piccole labbra e parte delle grandi.
L’infibulazione in passato – ma ancor oggi nelle zone meno civilizzate – era praticata senza nessun tipo di anestetico. La bimba veniva immobilizzata e tenuta con le gambine aperte. Si usavano coltelli, pezzi di vetro o lamette per tagliare, spine di acacia per suturare e cannucce di bambù per formare le aperture. I canti coprivano le urla delle piccole. Dopo la sutura, le gambe venivano legate finché le ferita non si richiudeva.
L’invasività della pratica e la mancanza di igiene trasformava il periodo successivo in un crescendo di sofferenza.
Il dolore delle donne infibulate sarà il compagno della loro vita.
Le normali funzioni del corpo diventeranno estremamente difficoltose, le infezioni si susseguiranno continue, la maternità si trasformerà in un’esperienza molto difficile.

Lo proibisco ma lo faccio: donne senza protezione

Pratica traumatica dalle origini molto antiche, l’infibulazione viene effettuata su bambine e adolescenti, in un’età che va più o meno dai 3 mesi ai 15 anni. Nata circa 4.000 anni fa nei paesi del Medio Oriente e del nord Africa, viene oggi eseguita prevalentemente nei paesi musulmani, anche se non in tutti. È diffusa in molte zone dell’Africa sub-sahariana, in quasi tutta l’Africa occidentale, nella parte meridionale della penisola araba e in alcune aree del sud-est asiatico e dell’America del Sud.
L’infibulazione può essere definita come una procedura interreligiosa, dal momento che non appartiene in specifico ad una religione, ma è una tradizione diffusa in diversi paesi, ed è praticata in società di religione islamica, cattolica, ebraica, politeista e allo stesso tempo condannata in ognuna di esse.
In realtà è una tortura difesa dai popoli stessi: non c’è movimento a favore dei diritti umani che non abbia trovato opposizioni culturali ad ogni tentativo di cambiamento. Ci sono catene quasi impossibili da spezzare: non solo nei villaggi sperduti, lontani dalla civiltà ma anche nel cuore delle grandi metropoli, per esempio in America e in Europa, e ovunque gli immigrati abbiano portato le loro usanze e tradizioni.
In Italia, secondo i dati forniti dal Ministero delle Pari Opportunità, vivono oltre 35.000 donne extracomunitarie infibulate. Se trovano ostacoli – le leggi occidentali in merito sono sempre più severe – le famiglie portano le piccole nel loro paese, per “sistemarle” come si usa dire. E poi rientrano.

Donne complici: la legge dei padri è tramandata dalle madri

Le donne che appartengono a queste culture di solito non rifiutano l’infibulazione: anzi, sono complici nel trasmetterla alle figlie. La mutilazione genitale non viene infatti praticata dagli uomini alle donne. Sono le donne stesse a praticarla ad altre donne.
Madri che sacrificano ad una tradizione imposta dai padri la salute, il benessere e la serenità delle loro bambine. Intrise di valori patriarcali, considerano se stesse “degne” solo se la vulva è cucita. Alle bambine che piangono viene detto di smetterla, di non gridare: «Se piangi» è questo il messaggio «non sei degna di tuo padre».
La tradizione culturale porta le donne stesse a non considerare questa pratica un’orrenda mutilazione, ma un rito di iniziazione, il passaggio che le fa diventare donne. Esiste una profonda pressione culturale a monte della mutilazione genitale. Così forte da spingere le bambine ad attendere impazienti il momento in cui verranno “ripulite”. Una donna non infibulata è considerata “impura”: come tale, esclusa dal gruppo sociale, dalla famiglia, da tutto. L’infibulazione diventa un marchio di appartenenza: «Ora sei una donna» dicono le altre alla bambina a cui è appena stato fatto “il lavoro”. Vero e proprio lasciapassare, è un processo di riconoscimento della propria identità personale, altrimenti cancellata e respinta.
Quando leggiamo le storie e le testimonianze che riguardano le mutilazioni genitali si raggriccia la pelle. Sentiamo i nostri visceri contorcersi dall’orrore e uno stupore confuso attraversarci la mente: «Ma come, come è possibile accettare una tortura simile? Quale donna lo farebbe di sua iniziativa? Quale donna taglierebbe con un coltello i genitali di una bambina, facendola urlare per il dolore, condannandola a una vita mutilata, legandola per sempre ad una sofferenza che non avrà fine?».
Eppure accade.
Qui la mente si ferma: rabbiosa, impotente, sconcertata. Nessuna donna sulla terra può essere insensibile al dolore inferto su un’altra donna. Peggio, su una bambina.
Invece sì.
Può esserlo, se “è convinta” che ciò sia giusto. Se è il modo per farsi accettare, per sopravvivere. Oppure – quando non è questione di sopravvivenza – se è convinta che questo è il modo di essere donna.
Vittime di un orrore senza tempo, queste donne portano inciso nel corpo quello che le madri hanno fatto a loro. E così alle loro madri. E alle madri delle loro madri. Da millenni. Un’orrenda barbarie, nel rispetto delle tradizioni maschiliste. Dove la donna è stata talmente allontanata da se stessa da essere lei quella che la trasmette.
È la legge dei padri trasmessa dalle madri.

Ma a cosa serve? Donna così ti domino

Quali gli scopi dell’infibulazione?
Innanzitutto la tutela della verginità per l’uomo a cui la donna è destinata. Una donna infibulata è una donna che arriva “pura” al matrimonio. Una volta sposata, è il marito che con il coltello taglia la cicatrice, per penetrarla.
Con l’infibulazione una donna diventa merce protetta.
Poi il controllo della sessualità femminile: i rapporti sessuali non saranno più fonte di piacere per la donna. Una donna che subisce la mutilazione genitale viene privata per tutta la vita del diritto di vivere la propria sessualità. Gli organi amputati non potranno mai più venire ricostruiti, né potrà essere ripristinata la sensibilità erogena di un apparato così devastato.
L’infibulazione ha anche lo scopo di impedire alla donna di masturbarsi. È un’aberrazione che nasce dal bisogno delle società patriarcali di negare e controllare in tutto e per tutto la sessualità femminile. Una donna infibulata è marchiata per sempre: per tutta la vita non saprà mai cos’è un orgasmo. Non proverà eccitazione e nemmeno piacere.
È il dogma senza tempo dei codici patriarcali: reprimere la sessualità femminile e la forza che essa può dare alle donne.

Dobbiamo sapere: tutte devono conoscere questa realtà

“Sono altre realtà, altre tradizioni, altre culture” potremmo dire.
Certo.
Ma questo non significa che non dobbiamo sapere. Che non dobbiamo prendere atto di violenze assurde che ancora oggi vengono praticate.
È un nostro dovere di donne.
Di ogni donna.
Sapere e fare qualcosa per aiutare le altre, quelle più deboli e indifese, quelle più bisognose di aiuto.
Risvegliare la nostra sensibilità di donne è un atto di civiltà. Oltre che di solidarietà umana.
Ci fa uscire dall’indifferenza.
Prendere coscienza di certe atrocità, diffondere queste informazioni, dare il supporto a chi si impegna per opporsi a tradizioni che feriscono le donne nel corpo e nell’anima, è un atto di responsabilità, oltre che di compartecipazione. Per le bambine, le ragazze e le donne – tante – che ancora oggi subiscono il peso di queste leggi che tolgono ogni libertà.

PER SAPERNE DI PIU’

https://www.viafemminile.it/articoli/sociale/infibulazione-cucite-da-bambine?fbclid=IwAR0uYA3ZUAIoEC0ozL9xQUruxbKsyxYeYsRsUjZ_EcY54IN36Lfgbi_0fs0

INFIBULAZIONE: CUCITE DA BAMBINE

” Ho lasciato le mie scarpe Rosso Amore e un mazzo di fiori in riva al mare, per non dimenticare”
Violentare una Donna nell’Essere, è privare il mondo della Vita stessa.
In piedi, Signori, davanti ad una DONNA.

25 Novembre : “Lotta contro la Violenza sulle Donne” perchè non sia ricordato solo il 25 novembre, ma sempre.
– Paola Marcato-

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One thought on ““Ho lasciato le mie scarpe Rosso Amore e un mazzo di fiori in riva al mare, per non dimenticare.”

  1. Sono innumerevoli le vittime di atti VILI ed Infami, perpetrati ai danni delle donne!
    L’uomo deve imparare ad amare e a comprendere la donna!
    Il fatto che in una certa data di ogni anno ci sia la giornata contro la violenza sulle donne, a modesto parere della sottoscritta, sembra più una ipocrisia che altro!
    Infatti, perchè dedicare un giorno, ogni anno, contro la violenza sulle donne, Quando Per Il Resto Dell’Anno Si Permette Di Uccidere, Violentare, Fare A Pezzi Noi Donne???
    Se non è ipocrisia questo comportamento, ditemi: Che cosa è?
    Mah, vacci a capire!

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